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		<title>7 giugno 2010: incontro con Magdi Cristiano Allam</title>
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		<pubDate>Mon, 21 Jun 2010 16:20:34 +0000</pubDate>
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			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignleft" style="border: 1px solid black; margin: 5px;" src="http://sphotos.ak.fbcdn.net/hphotos-ak-ash1/hs323.ash1/28297_1288043927557_1423956860_30634551_495973_n.jpg" alt="" width="182" height="132" />A due anni dalla sua conversione alla fede cattolica, Magdi Cristiano  Allam ha raccontato la propria esperienza di vita e la propria visione  del mondo al pubblico della Fondazione Lepanto. La sua scelta di fede,  che ha destato sorpresa nel mondo cattolico e scandalo nel mondo  islamico, è stata determinata da una profonda «ricerca della Verità,  durata 56 anni», ha spiegato il giornalista ed europarlamentare  italo-egiziano nel corso di una conferenza tenutasi lo scorso 7 giugno  nella sede di S. Balbina a Roma.<span id="more-450"></span></p>
<p>L’adesione di Allam alla Chiesa di Roma, oltre che sulla fede, si è  cementata sui valori ed in particolar modo sui “principi non  negoziabili” che sostanziano l’intera civiltà occidentale. Eppure, se in  questi tempi si parla di crisi, è perché «abbiamo assistito alla  globalizzazione delle merci, delle tecnologie, degli scambi ma non certo  alla globalizzazione dei valori o della spiritualità», ha osservato  l’europarlamentare.</p>
<p>Il discorso di Allam si è soffermato a lungo  sulla crisi finanziaria globale e sulle sue possibili cause. «Come il 9  novembre 1989, insieme al muro di Berlino, crollò l’ideologia  socialista, il 15 settembre 2008, a Wall Street, assieme alla borsa, è  crollata l’ideologia del “mercatismo” e della speculazione finanziaria.  Né il comunismo, né il mercatismo mettono al centro la persona e la sua  dignità, né perseguono il bene comune».</p>
<p>La crisi dei valori,  della spiritualità, delle regole, rimpiazzate da un materialismo  senz’anima e, sul piano etico, dal relativismo, sono le spine nel fianco  dell’attuale civiltà europea, sulla quale incombe una «burocrazia che  detiene il vero potere, sia legislativo che esecutivo, il che è  aberrante sul piano della democrazia», ha aggiunto Allam. L’Europa di  oggi è quella che «si vergogna delle radici cristiane e vuole rimuovere  il Crocifisso, ritiene che insultare il Papa faccia parte della libera  espressione del pensiero e poi considera la non-legalizzazione  dell’eutanasia, come la violazione di un diritto fondamentale». Aborto,  eutanasia, matrimonio omosessuale sono considerate le grandi conquiste  di civiltà di un Europa che si è così incamminata verso il «suicidio  demografico» e che, piuttosto, avrebbe bisogno di un «serio sostegno  alla natalità». Sempre in Europa, il declino della nostra civiltà, si  misura in un errato concetto di integrazione «che ha determinato la  nascita dei ghetti».</p>
<p>L’Europa che «rifiuta i Crocifissi e si  infervora per i minareti» ha avuto come risultato il proliferare di  moschee «nelle quali si predica l’odio e si pratica il lavaggio del  cervello». Non ci sono, quindi, «i presupposti per pretendere da altri  il rispetto di una civiltà e di una cultura che noi stessi non amiamo»,  ha osservato Allam.</p>
<p>Se in campo culturale si può uscire dalla  crisi, solo rigettando il laicismo e il relativismo, la politica non va  più vista come “consorteria d’affari” ma recuperata nella sua accezione  di «servizio al cittadino». In ambito economico, infine, il mercatismo  sfrenato dell’ultimo ventennio, va abbandonato a favore dell’economia  sociale di mercato, l’unica che davvero “valorizza la persona”.</p>
<p>Il  modello imprenditoriale più virtuoso? Quello delle “piccole e medie  imprese”, basandosi esse «sulla persona e sulla famiglia naturale, con  un riverbero positivo per l’intera società».</p>
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		<title>7 giugno 2010: incontro con Magdi Cristiano Allam</title>
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		<pubDate>Fri, 11 Jun 2010 08:22:27 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[Intervista a Magdi Cristiano Allam in occasione dell&#8217;incontro promosso il 7 giugno 2010 dalla Fondazione Lepanto sul tema: La crisi della globalizzazione e i nuovi modelli di sviluppo in Europa


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			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignleft" style="border: 1px solid black; margin: 5px;" src="http://i4.ytimg.com/vi/K1g_UJuiqmk/1.jpg" alt="" width="120" height="90" />Intervista a Magdi Cristiano Allam in occasione dell&#8217;incontro promosso il 7 giugno 2010 dalla Fondazione Lepanto sul tema: La crisi della globalizzazione e i nuovi modelli di sviluppo in Europa</p>
<p>
<object classid="clsid:d27cdb6e-ae6d-11cf-96b8-444553540000" width="600" height="345" codebase="http://download.macromedia.com/pub/shockwave/cabs/flash/swflash.cab#version=6,0,40,0"><param name="allowFullScreen" value="true" /><param name="allowscriptaccess" value="always" /><param name="src" value="http://www.youtube.com/v/K1g_UJuiqmk&amp;hl=it_IT&amp;fs=1&amp;" /><param name="allowfullscreen" value="true" /><embed type="application/x-shockwave-flash" width="600" height="345" src="http://www.youtube.com/v/K1g_UJuiqmk&amp;hl=it_IT&amp;fs=1&amp;" allowfullscreen="true" allowscriptaccess="always"></embed></object></p>
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		<title>Apologia della crociata</title>
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		<pubDate>Tue, 08 Jun 2010 18:27:41 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[(Roberto de Mattei sul giornale &#8221;Il Foglio&#8221; dell&#8217; 8 giugno 2010) &#8211; L’irenismo ecumenico è una distorsione della dottrina della chiesa e della sua storia. Il vero spirito del cristianesimo è combattere per la verità e per difendere le radici che affondano nei secoli luminosi del medioevo 
&#8220;L’addio della chiesa allo spirito di crociata” è un [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><em><img class="alignleft" style="border: 1px solid black; margin: 5px;" src="http://t1.gstatic.com/images?q=tbn:lGxp865_poL0YM:http://www.valsesiascuole.it/crosior/terrasanta/crocia3.jpg" alt="" width="120" height="118" />(<strong>Roberto de Mattei</strong> sul giornale &#8221;Il Foglio&#8221; dell&#8217; 8 giugno 2010) &#8211; L’irenismo ecumenico è una distorsione della dottrina della chiesa e della sua storia. Il vero spirito del cristianesimo è combattere per la verità e per difendere le radici che affondano nei secoli luminosi del medioevo </em><span id="more-430"></span></p>
<p><strong>&#8220;L’addio della chiesa allo spirito di crociata” </strong>è un refrain che ricorre da almeno quarant’anni e che condensa la concezione del mondo di un certo cristianesimo, che ha fatto del dialogo ecumenista il suo vangelo. Questa visione si basa su di una distorsione storica e su di un’altrettanto grave deformazione della dottrina della chiesa. Nel caso dell’articolo di Giancarlo Zizola su Repubblica del 7 giugno, si aggiunge a ciò un impervio tentativo di attribuire allo stesso Papa regnante questo slittamento storico e dottrinale. Benedetto XVI, come egli disse nella sua prima udienza del 27 aprile 2005, ha assunto questo nome, non solo in onore di Benedetto XV, ma anche e soprattutto per evocare la straordinaria figura del grande “Patriarca del monachesimo occidentale”, san Benedetto da Norcia, che “costituisce un fondamentale punto di riferimento per l’unità dell’Europa e un forte richiamo alle irrinunciabili radici cristiane della sua cultura e della sua civiltà”.<br />
<strong><br />
Ma quali sono quelle radici cristiane che</strong>, secondo Benedetto XVI, come per il suo predecessore Giovanni Paolo II, non solo i cattolici, ma anche i laici, hanno il diritto e il dovere di difendere? Queste radici, o se si preferisce, i frutti di queste radici, sono sotto i nostri occhi: sono cattedrali, monumenti, palazzi, piazze, strade, ma anche musica, letteratura, poesia, scienza, arte. Questa visibile mappa della memoria è impressa nel codice genetico della nostra civiltà. Ebbene le crociate fanno parte, come le cattedrali, del paesaggio spirituale europeo e ne esprimono la stessa concezione del mondo.</p>
<p><strong>Lo storico dell’arte Erwin Panofsky</strong> ha studiato il rapporto tra le vetrate gotiche e la filosofia scolastica, sottolineando come la luminosità delle cattedrali medievali corrisponda alla trasparenza di pensiero di opere come la “Somma Teologica” di san Tommaso d’Aquino (Erwin Panofsky, “Architettura gotica e filosofia scolastica”). Dall’epopea delle crociate traspare – potremmo aggiungere – la stessa luminosità, la stessa diafana bellezza, lo stesso slancio verso l’alto, la stessa forza creatrice, delle opere di san Tommaso d’Aquino e di Dante. Anche le crociate fanno parte di quel patrimonio di valori che, come scriveva Giovanni Paolo II, sono derivati dal Vangelo e si sono sviluppati in coerenza con esso (“Memoria e identità”).</p>
<p><strong>“I capolavori artistici nati in Europa nei secoli passati </strong>sono incomprensibili se non si tiene conto dell’anima religiosa che li ha ispirati (…)” – ha affermato ancora Benedetto XVI (udienza generale del 18 novembre 2009). Lo stesso potrebbe dirsi delle crociate, che hanno inciso nei campi di battaglia della Palestina quella stessa scala di valori che gli architetti infondevano in quegli anni nella pietra delle cattedrali. Né le crociate, né le cattedrali possono essere comprese da chi ignora il modo di pensare, e soprattutto, la fede vissuta, che animava i loro artefici.<br />
Nella cattedrale il popolo cristiano si raccoglieva attorno a un sacerdote che, celebrando la Messa su di un altare rivolto a oriente, rinnovava in maniera incruenta il mistero stesso del cristianesimo: l’Incarnazione, Passione e morte di Gesù Cristo. Nelle crociate, questo stesso popolo prendeva le armi per liberare la Città Sacra di Gerusalemme, caduta nelle mani dei maomettani. La tomba vuota del Santo Sepolcro era, con la Sindone, la testimonianza viva della Resurrezione e la reliquia più preziosa della cristianità.</p>
<p><strong>La prima crociata fu predicata come meditazione</strong> all’appello di Cristo che dice: “Chi vuole venire dietro di me rinunci a se stesso, prenda la sua croce e mi segua” (Mt. 16, 21-27). Quella stessa Croce, attorno a cui si riuniva il popolo delle cattedrali, era impressa sulla veste dei crociati ed esprimeva l’atto con cui il cristiano si diceva disposto ad offrire la propria vita, per il bene soprannaturale del prossimo, impugnando le armi. Lo spirito delle crociate era, e rimane, lo spirito stesso del cristianesimo: l’amore al mistero incomprensibile della Croce.</p>
<p><strong>Il professor Jonathan Riley-Smith,</strong> caposcuola del rinnovamento degli studi sulle crociate, riferendosi a coloro che avevano risposto all’appello della prima crociata, afferma che essi erano “infiammati dall’ardore della carità”, e alla carità, all’amor di Dio, fa risalire la motivazione profonda di questa impresa. Offrire la propria vita è infatti la più grande forma di amore e il più perfetto atto di carità, poiché ci fa perfetti imitatori di Gesù secondo le parole del Vangelo, secondo cui “nessuno ha più grande amore di colui che dà la sua vita per Lui e per i suoi fratelli” (Gv. 3, 16; 15, 13). Solo l’amore, riassunto dal sacrificio di Cristo sulla Croce, è in grado di sconfiggere la morte, che è la suprema sofferenza fisica, e il peccato, che è il supremo male morale. Tale spirito e stato d’animo, abbondantemente documentato dalle fonti, non sorge come un fiume limaccioso dall’inconscio collettivo dell’occidente, ma dall’atto libero di singoli uomini che nei secoli luminosi del medioevo rispondono ad un appello che si rivolge alla loro coscienza.</p>
<p><strong>La risposta a questo appello</strong> può essere considerata una “categoria dello spirito” che non tramonta. L’idea di crociata infatti non è solo un evento storico circoscritto al medioevo, ma è una costante dell’animo cristiano che nella storia conosce momenti di eclissi, ma che sotto diverse forme è destinata a riaffiorare. Espungere l’idea di crociata dalla propria “piattaforma programmatica” significa espungere l’idea stessa del combattimento cristiano. L’insegnamento che la vita spirituale è lotta è particolarmente svolto nelle lettere di san Paolo dove si trovano in molti luoghi metafore e immagini tratte dalla vita del guerriero; l’Apostolo spiega come la vita del cristiano sia un bonum certamen che va combattuto “da buon soldato di Gesù Cristo” (II Tim. 2, 3). “Spogliamoci – egli dice – dalle opere delle tenebre e indossiamo l’armatura della luce” (Rom. 13, 12); “Rivestitevi dell’armatura di Dio per potere resistere agli assalti del diavolo (…). State dunque cinti della verità, rivestiti della lorica della giustizia, calzati della saldezza del Vangelo della pace, impugnando lo scudo della fede, col quale potrete estinguere i dardi infuocati del Maligno, prendere l’elmo della salvezza e il gladio dello spirito, che è la parola di Dio” (Ef. 6, 11, 14-17).<br />
Lo spirito di crociata e quello del martirio hanno una comune origine in questa dimensione profonda del combattimento spirituale. Il martirio, come ogni sofferenza, presuppone il combattimento. La vita stessa di Gesù Cristo può essere considerata come un costante combattimento contro l’insieme delle forze ostili al Regno di Dio: il peccato, il mondo e il demonio. Che la vita del cristiano sia una lotta è uno dei concetti che più spesso risuona nel Nuovo Testamento dove si legge: “Non sarà coronato se non colui che avrà legittimamente combattuto” (II Tim. 2, 5). Il Vangelo del resto, nel suo significato originario, è annuncio di vittoria militare, in questo caso la vittoria di Cristo sul male e sulle potenze delle tenebre.</p>
<p><strong>Perché la chiesa non può abbandonare lo spirito di crociata? </strong>Molto semplicemente perché non può rinnegare la propria storia e la propria dottrina. La storia delle crociate non è una appendice insignificante della storia della chiesa, ma si intreccia strettamente con la storia del papato. Le crociate non sono legate a un singolo Papa, ma ad una storia ininterrotta di pontefici, per lo più santi, dal Beato Urbano II, che promulgò la prima crociata, a san Pio V e al Beato Innocenzo XI, che promossero “leghe sante” contro i Turchi a Lepanto, Budapest e Vienna, tra il XVI e il XVII secolo. Non è ignoto agli storici che, ancora nel XX secolo, Pio XII studiò la possibilità di bandire una “crociata” anticomunista dopo la rivolta di Ungheria nel 1956.</p>
<p><strong>A quella dei Papi, si aggiunge la testimonianza dei santi</strong>, a cominciare da Luigi IX, il re crociato per eccellenza, che con Giovanna d’Arco, anch’essa a suo modo “crociata”, è patrono della Francia, la “figlia primogenita della chiesa”. Contrapporre a queste figure il nostro san Francesco denota, se non malafede, una notevole misconoscenza storica. La più attendibile fonte che abbiamo del viaggio di Francesco è la testimonianza del suo compagno, frate Illuminato, che ci racconta come il santo difese l’opera dei crociati e propose al Sultano la conversione. E come dimenticare le legioni di francescani che si unirono, nei secoli ai crociati, a cominciare da san Giovanni da Capestrano (1386-1456), predicatore della grande crociata del XV secolo, culminata con la liberazione di Belgrado?</p>
<p><strong>Al nome di san Francesco dovremmo affiancare quello di santa Caterina da Siena</strong>, patrona d’Italia e Dottore della chiesa di cui in un recente saggio Massimo Viglione ha mostrato l’animo profondamente “crociato” (“L’idea di crociata in Santa Caterina da Siena”). A Lei potremmo aggiungere un altro dottore di sesso femminile, questa volta contemporaneo, santa Teresina del Bambin Gesù, che in una pagina toccante, rivolgendosi a Gesù, afferma di voler “percorrere la terra, predicare il tuo nome, e piantare sul suolo infedele la tua Croce gloriosa”, riunendo in un’unica vocazione quelle dell’apostolo, del crociato, del martire. “Sento – ella scrive – la vocazione di Guerriero, di Sacerdote, di Apostolo, di Dottore, di Martire; insomma, sento il bisogno, il desiderio di compiere per te, Gesù, tutte le opere più eroiche. Sento nella mia anima il coraggio di un Crociato, di uno Zuavo Pontificio: vorrei morire su un campo di battaglia per la difesa della Chiesa…”. E il 4 agosto 1897, sul letto di morte, rivolgendosi alla Superiora, mormora: “Oh, no, non avrei avuto paura di andare in guerra. Per esempio, ai tempi delle crociate, con quale felicità sarei partita per combattere gli eretici” (“Storia di un’anima”, in “Opere complete”).</p>
<p><strong>La chiesa non ha mai professato il pacifismo. </strong>Il combattimento cristiano, che è prima di tutto un atteggiamento spirituale, ma che comprende la possibilità della legittima difesa, della guerra giusta e perfino della “guerra santa”, appartiene alla più pura tradizione cattolica. Chi professa l’ecumenismo e il pacifismo a oltranza dimentica che esistono mali più profondi di quelli fisici e materiali, e confonde le conseguenze rovinose della guerra sul piano fisico, con le sue cause, che sono morali e risalgono alla violazione dell’ordine, in una parola a quel peccato che solo può essere sconfitto dalla Croce. Il mondo moderno, che è immerso nell’edonismo e ha perso la fede, giudica come mali, e come mali assoluti, solo quelli fisici, dimenticando che il male e il dolore accompagna inevitabilmente la vita dell’uomo, spesso elevandola.<br />
Lo spirito delle crociate e di Lepanto ci trasmette un messaggio di fortezza cristiana che è disposizione d’animo a sacrificare i beni terreni, di fronte a beni più alti, quali la giustizia, la verità, l’avvenire della nostra civiltà.</p>
<p><strong>Oggi il nemico che minaccia la chiesa e l’occidente</strong> è l’attitudine mentale di chi ritiene che sia finito il tempo di Lepanto e delle crociate e allo spirito del combattimento cristiano contrappone una visione del mondo secondo la quale nulla esiste di assoluto e di vero, ma tutto è relativo ai tempi, ai luoghi e alle circostanze. E’ questo il relativismo denunciato da Giovanni Paolo II quando nelle sue encicliche “Splendor Veritatis” ed “Evangelium Vitae” parla di quella “confusione del bene e del male, che rende impossibile costruire e conservare l’ordine morale dei singoli e delle comunità” (SV n. 93). La battaglia contro il relativismo in difesa delle radici cristiane della società, a cui ha chiamato Giovanni Paolo II e oggi invita Benedetto XVI, è una battaglia in difesa della nostra memoria storica, senza la quale non c’è identità nel presente, perché è sulla memoria che si fonda l’identità degli uomini e dei popoli. Ma le radici cristiane non appartengono solo alla memoria o alla storia: esse sono viventi perché il Crocifisso, che le riassume, non è solo un simbolo storico e culturale, ma è una fonte attuale e perenne di verità e di vita, di sofferenza e di lotta.<br />
<strong><br />
La chiesa ha nemici, anche se noi tendiamo a dimenticarlo</strong> perché abbiamo perso quella concezione militante della vita cristiana, fondata sulla Croce, che ha sempre caratterizzato il cristianesimo. La perdita di questo spirito militante è la conseguenza dell’edonismo e del relativismo in cui sono immersi purtroppo anche molti uomini di chiesa. Benedetto XVI ha parlato spesso di minoranze “creative”; potremmo aggiungere “militanti”, perché quella in corso è una guerra culturale e morale in cui ci si affronta in termini di principi di concezioni del mondo. La storia del resto è fatta da minoranze militanti e anche Zizola appartiene a una di esse. Si può militare per il bene o per il male, in un campo o nell’altro, ma solo chi milita lascia il suo segno nelle vicende storiche.<br />
<strong><br />
Non si illuda Zizola: si può e si deve sfuggire,</strong> per quanto possibile, allo scontro delle armi, ma non si può sfuggire allo scontro delle idee. Egli stesso ne brandisce una come una clava che vorrebbe abbattere sulle teste dure dei cristiani fondamentalisti o “lepantiani”. D’altra parte, le idee che non si scontrano, non si “incontrano”, ma si fondono, formando a loro volta nuove idee all’insegna dell’indifferentismo e del sincretismo.<br />
La chiesa è una società soprannaturale che ha la missione di annunciare una Verità salvifica e liberatrice. Essendo un’istituzione immersa nel mondo si serve, come è giusto, anche di strumenti politici e diplomatici, ma la politica per lei è mezzo, mai fine. Giuliano Ferrara nel Foglio del 7 giugno lo ha ben visto. Non bisogna confondere un viaggio diplomatico, come è stato quello recente del Papa a Cipro, con il messaggio teologico e spirituale che la chiesa ha il dovere di annunziare.<br />
Nell’omelia a Nicosia, il 5 giugno, Benedetto XVI ha peraltro sottolineato che il legno della Croce non è semplicemente un simbolo privato di devozione, non è un distintivo di appartenenza a qualche gruppo all’interno della società, ma è un segno di speranza, di amore, di vittoria. “Un mondo senza Croce – ha detto – sarebbe un mondo senza speranza”. Anche un mondo senza spirito di crociata sarebbe un mondo senza speranza, perché significherebbe la rinunzia alla lotta per fare della Croce la salvezza di un mondo in rovine.</p>
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		<title>Antonio Borelli Machado interviene sul libro di Antonio Socci &#8220;Il quarto segreto di Fatima&#8221;</title>
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		<pubDate>Sun, 30 May 2010 10:07:37 +0000</pubDate>
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Nel suo ultimo libro, lo scrittore e giornalista italiano Antonio Socci sostiene la tesi che esiste una parte del Segreto di Fatima “non svelata”, che denomina — certamente per rendere più lieve un argomento di così grande peso — Il quarto segreto di Fatima (Rizzoli, Milano 2006).
In occasione del 90° anniversario della prima apparizione della [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><br class="spacer_" /></p>
<p><em>Nel suo ultimo libro, lo scrittore e giornalista italiano Antonio Socci sostiene la tesi che esiste una parte del Segreto di Fatima “non svelata”, che denomina — certamente per rendere più lieve un argomento di così grande peso — </em>Il quarto segreto di Fatima<em> (Rizzoli, Milano 2006).<span id="more-458"></span></em></p>
<p><em>In occasione del 90° anniversario della prima apparizione della Santissima Vergine a Fatima, commemorato il 13 maggio 2007, Sua Eminenza il cardinale Tarvisio Bertone ha pubblicato il </em>libro L’ultima veggente di Fatima I miei colloqui con suor Lucia<em> (Rizzoli, 2007), in cui, tra le altre considerazioni, si propone di confutare gli argomenti del libro di Antonio Socci.</em></p>
<p><em>Quest’ultimo ha immediatamente replicato al Cardinale con un articolo su “Libero” (12 maggio 2007. Il libro del Cardinale era stato pubblicato qualche giorno prima).  <a href="http://www.fondazionelepanto.org/wp-content/uploads/2010/06/FATIMA-Borelli.pdf">SCARICA IL DOCUMENTO apparso su &#8220;Lepanto&#8221; n. 174 del ottobre 2007</a><br />
 </em></p>
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		<title>22 aprile 2010: incontro con Marcello Pera</title>
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		<pubDate>Thu, 29 Apr 2010 16:37:31 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[La difesa dell’Occidente non è una pura questione geo-strategica ma una risposta obbligata a una crisi etico-civile. Il pensiero di Marcello Pera sul mondo che cambia è noto da anni.  Nel corso della conferenza tenuta lo scorso 22 aprile alla Fondazione Lepanto, l’ex presidente del Senato ha ribadito il proprio punto di vista, attualizzandolo alla [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignleft" title="Pera" src="http://www.ilconsulentere.it/_foto.php?nf=immagini/foto/foto_819.jpg&amp;w=270&amp;h=400&amp;r=-1&amp;c=0" alt="" width="139" height="139" />La difesa dell’Occidente non è una pura questione geo-strategica ma una risposta obbligata a una crisi etico-civile. Il pensiero di Marcello Pera sul mondo che cambia è noto da anni.  Nel corso della conferenza tenuta lo scorso 22 aprile alla Fondazione Lepanto, l’ex presidente del Senato ha ribadito il proprio punto di vista, attualizzandolo alla luce dei fatti più recenti: su tutti il polverone della pedofilia nella Chiesa e l’ennesima crisi istituzionale in Italia.<br />
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«Se la politica – ha esordito il senatore Pera – non assume un minimo ruolo pedagogico, prima o poi si riduce ad un mero gioco di interessi. Ho girato parecchio l’Italia in questi ultimi mesi, riscontrando disagi proprio su questo versante: la gente comune vuole risposte chiare e cambiamenti». Quanto alla sinistra, essa è oggi «erede dell’internazionalismo proletario, il cui sostituto attuale è il laicismo», una forzatura ed una chiusura al sacro che viene fatta passare per «apertura ed ospitalità». L’apertura ai valori cristiani, ha ribadito Pera, non ha però nulla a che vedere con il “clericalismo”.</p>
<p>Venendo al ruolo della Chiesa, Pera ha evidenziato in modo chiaro che il vero bersaglio delle polemiche di queste settimane non sono i preti pedofili ma Papa Benedetto XVI. «L’obiettivo non è solo Papa Ratzinger – ha precisato l’ex presidente del Senato – ma tutti i papi che gli succederanno». «Da un lato – ha proseguito – abbiamo un laicismo che punta a ridurre la chiesa alla modernità, ad un partito. I laicisti non hanno soltanto macchiato l’onorabilità del Papa: essi sognano, per il futuro, l’elezione di pontefici “accondiscendenti” o “dialoganti” con il mondo». Va, in altre parole, combattuta una battaglia culturale dove le bandiere clericali non sono solo inutili ma dannose.</p>
<p>Papa Benedetto XVI ben figura in tale battaglia in quanto è un «Papa laico». «Sa dialogare con i laici – ha sottolineato Pera – tanto è vero che durante la famosa mancata visita alla Sapienza avrebbe dovuto discutere di problematiche secolari». La ben nota e non nuova stima che l’ex presidente del Senato nutre verso il Romano Pontefice è tale da definirlo «un dono dello Spirito Santo». Come concretizzare, tuttavia, la battaglia per la difesa della nostra civiltà occidentale, del cristianesimo, dei diritti inviolabili della persona? «Va ammesso che il cristianesimo è ormai in minoranza in Europa – ha detto Pera –. Mi piacerebbe, però, che esso sappia parlare alla politica. Una volta fatta la separazione tra trono ed altare, il trono va “giustificato”. Tolleranza, uguaglianza, parità, giustizia sono tutti valori dalla matrice cristiana. Pertanto, dinnanzi a chi nega tali principi, come dobbiamo rispondere? Dobbiamo dire: “questa è la mia cultura, quella è la tua”? Dobbiamo aver paura di passare per razzisti? La difesa della propria identità non significa essere aggressivi con i nostri interlocutori. Prima di accogliere un’identità diversa devo conoscere bene la mia».</p>
<p>In conclusione Pera ha ammesso che qualcosa si sta muovendo e che ci sono settori della popolazione disposti ad intraprendere una battaglia culturale, sebbene al momento ci si trovi in una «situazione catacombale». La crisi economica, in tal senso, può risultare una salutare scossa, un invito alla riflessione sui nostri standard di vita e, quindi, sui valori. «Ho fiducia nelle nuove generazioni – ha affermato il filosofo –. Probabilmente non è la maggioranza ma c’è una parte dei giovani d’oggi molto sensibili alle sfide di questo tempo: essi rappresentano una di quelle minoranze creative che cambiano la storia&#8230;».</p>
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		<title>Perché B-XVI agli irlandesi ha ricordato certi vecchi errori del Concilio</title>
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		<pubDate>Tue, 30 Mar 2010 12:54:31 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
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		<description><![CDATA[(Roberto de Mattei sul giornale  &#8221;Il Foglio&#8221;  del 30 marzo 2010)  La forza della “Lettera ai cattolici di Irlanda” di Benedetto XVI, dello scorso 19 marzo, sta soprattutto nel suo spirito di autentico rinnovamento e riforma della chiesa.

Il richiamo alla penitenza che costituisce il suo filo conduttore non è mai disgiunto dall’appello “agli ideali di [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>(<strong>Roberto de Mattei</strong> sul giornale  &#8221;<em>Il Foglio&#8221; </em> del 30 marzo 2010)  La forza della “Lettera ai cattolici di Irlanda” di Benedetto XVI, dello scorso 19 marzo, sta soprattutto nel suo spirito di autentico rinnovamento e riforma della chiesa.<br />
<span id="more-354"></span><br />
Il richiamo alla penitenza che costituisce il suo filo conduttore non è mai disgiunto dall’appello “agli ideali di santità, di carità e di sapienza trascendente”, che nel passato resero grande l’Irlanda e l’Europa e che ancora oggi possono rifondarla (n. 3). Unico fondamento di questa ricostruzione è però Gesù Cristo “che è lo stesso ieri, oggi e sempre” (Ebrei 13, <img src='http://www.fondazionelepanto.org/wp-includes/images/smilies/icon_cool.gif' alt='8)' class='wp-smiley' /> (n. 9). Rivolgendosi a tutti i fedeli di Irlanda, il Papa li invita “ad aspirare ad alti ideali di santità, di carità e di verità e a trarre ispirazione dalle ricchezze di una grande tradizione religiosa e culturale” (n. 12). Questa tradizione non è tramontata, anche se a essa si è opposto “un rapidissimo cambiamento sociale, che spesso ha colpito con effetti avversi la tradizionale adesione del popolo all’insegnamento e ai valori cattolici” (n. 4).</p>
<p>In questo paragrafo, che costituisce un passaggio chiave del documento pontificio, il Papa afferma che negli anni Sessanta fu “determinante” “la tendenza, anche da parte di sacerdoti e religiosi, di adottare modi di pensiero e di giudizio delle realtà secolari senza sufficiente riferimento al Vangelo. Il programma di rinnovamento del Concilio vaticano fu a volte frainteso” e vi fu “una tendenza, dettata da retta intenzione ma errata, ad evitare approcci penali nei confronti di situazioni canoniche irregolari”. “E’ in questo contesto generale” di “indebolimento della fede” e di “perdita del rispetto per la chiesa e per i suoi insegnamenti”, “che dobbiamo cercare di comprendere lo sconcertante problema dell’abuso sessuale dei ragazzi”.</p>
<p><strong>L’obbligo di “sociologia pastorale”</strong></p>
<p>In che senso il Concilio poté essere “frainteso”? Il breve, ma significativo accenno di Benedetto XVI merita di essere sviluppato. Occorre ricordare che durante i lavori dell’assise conciliare prese forma l’idea di una chiesa non più militante, ma peregrinante, in ascolto dei segni dei tempi, pronta a rinunziare alla verginità della sua dottrina, per lasciarsi fecondare dai valori del mondo. Offrirsi ai valori del mondo significava rinunziare ai propri valori, a cominciare a quello che è più intrinseco al cristianesimo: l’idea del Sacrificio, che dal mistero della Croce discende in ogni aspetto della vita ecclesiale, fino alla dottrina morale, che un tempo ispirava la vita di ogni battezzato, chierico o laico che fosse.</p>
<p>Il Concilio impose ai vescovi, come un dovere, la “sociologia pastorale”, raccomandando di aprirsi alle scienze del mondo, dalla sociologia alla psicanalisi. In quegli anni era stato riscoperto lo psicanalista austriaco Wilhelm Reich, morto quasi del tutto dimenticato in un manicomio americano nel 1957. Nel suo libromanifesto “La Rivoluzione sessuale,” Reich aveva sostituito alle categorie della borghesia e del proletariato quelle di repressione e di liberazione, intendendo con questo ultimo termine la pienezza della libertà sessuale. Ciò implicava la riduzione dell’uomo a un insieme di bisogni fisici e, in ultima analisi, ad energia sessuale. La famiglia, fondata sul matrimonio monogamico indissolubile tra un uomo e una donna, era vista come l’istituto sociale repressivo per eccellenza: nessuna considerazione sociologica poteva autorizzarne la sopravvivenza. Una nuova morale, basata sull’esaltazione del piacere, avrebbe presto spazzato via la morale tradizionale cristiana, che attribuiva un valore positivo all’idea di sacrificio e di sofferenza.</p>
<p>La nuova teologia, spinta dal suo abbraccio ecumenico ai valori del mondo, cercò l’impossibile dialogo tra la morale cristiana e i suoi nemici. I corifei della “nuova morale”, che in Italia furono teologi come don Enrico Chiavacci don Leandro Rossi e don Ambrogio Valsecchi, salutarono come maestri del nuovo corso morale Wilhelm Reich e Herbert Marcuse.</p>
<p>Nel 1973, a cura di Valsecchi e di Rossi, uscì, per le edizioni Paoline, un pomposo “Dizionario enciclopedico di teologia morale”, che ambiva a sostituire il classico, e ancor oggi prezioso “Dizionario di teologia morale” dei cardinali Francesco Roberti e Pietro Palazzini (la quarta edizione fu pubblicata da Studium nel 1968). Nel nuovo “Dizionario morale”, Enrico Chiavacci sosteneva che “la vera natura umana è di non aver natura” e che l’uomo è tale per la “tensione” che la sua coscienza esprime, indipendentemente<br />
dai “divieti” della morale tradizionale. Valsecchi affermava la necessità di svincolarsi da una concezione della morale che facesse appello a una fondazione metafisica della natura umana. Unico peccato, radice di tutti gli altri, quello “contro l’amore”, e unica virtù, quella di assecondare l’amore, naturalmente e non soprannaturalmente inteso.</p>
<p>I nuovi moralisti, definiti da qualcuno “pornoteologi”, sostituivano alla oggettività della legge naturale, la “persona”, intesa<br />
come volontà progettante, sciolta da ogni vincolo normativo e immersa nel contesto storico-culturale, ovvero nell’“etica della situazione”. E poiché il sesso costituisce parte integrante della persona, rivendicavano il ruolo della sessualità, definita “funzione primaria di crescita personale” (così Valsecchi), anche perché, a dir loro, il Concilio insegnava che solo nel rapporto dialogico con l’altro, la persona umana si realizza. Citavano a questo proposito il concetto secondo cui “ho bisogno dell’altro per essere me stesso”, fondato sul n. 24 della Gaudium et Spes, magna charta del progressismo postconciliare.</p>
<p>Chiavacci, Rossi e Valsecchi,contestarono pubblicamente, nel 1974, la posizione antidivorzista della Conferenza episcopale, ma continuarono ad essere per molti anni i “moralisti” più in vista della Chiesa italiana. Ancora oggi basta entrare in una libreria cattolica per trovare in primo piano sugli scaffali i loro libri, stampati da case editrici come le Paoline e la Queriniana.</p>
<p>Eppure, ciò che fa riflettere sono proprio vicende esistenziali, come quelle di Ambrogio Valsecchi professore di morale alla Facoltà teologica di Milano, consulente del cardinale di Milano, Carlo Colombo, al Concilio Vaticano II, alfiere della nuova morale, poi dispensato dai voti e sposato (con rito religioso) nel 1975, quindi divenuto nell’ultimo decennio della sua vita psicologo, analista e terapista di coppia. Altrettanto fallimentare è stato l’itinerario di colui che oggi è, con Hans Küng, il principale accusatore di Benedetto XVI: Rembert Weakland. Difensore ad oltranza della “rivoluzione sessuale”, dei diritti dei “gay” e delle donne nella Chiesa, Weakland non è più arcivescovo di Milwaukee dal 2002 quando fu “dimissionato” dopo che un ex studente di teologia l’aveva accusato di violenza carnale, rompendo il segreto che lo stesso Weakland gli aveva imposto in cambio di 450 mila dollari detratti dalle casse dell’arcidiocesi.</p>
<p>La stampa “liberal”, lungi dal lapidarlo, lo trattò però con molto riguardo, come conveniva a un celebrato campione della Chiesa progressista quale egli era.<br />
<strong><br />
Omosessualità e trasgressione pedofila</strong></p>
<p>I nemici della tradizione hanno sempre preteso di opporre il primato dell’esistenza a quello della dottrina, il cristianesimo concretamente vissuto a quello astrattamente predicato. Il “tribunale della vita vissuta”, a cui essi si sono appellati, ha ribaltato però i loro giudizi e le loro previsioni.</p>
<p>Chi ha voltato le spalle alla ferrea intransigenza dei princìpi per ancorarsi al molliccio fondamento della propria esperienza, è spesso fuoriuscito da quella Chiesa che diceva di voler meglio servire. Chi ha negato l’esistenza di una natura da rispettare, ha iniziato col soddisfare gli istinti della natura che negava, per assecondare poi le deviazioni che la volontà offriva alla sua intelligenza, disancorata dal vero. Il passaggio dalla etero alla omosessualità e di qui alla pedofilia è stato, per alcuni, se non cronologicamente, almeno logicamente coerente.</p>
<p>Oggi si può sostenere, in prima pagina di Repubblica, che il celibato ecclesiastico produce pedofilia. Ma su nessun giornale si potrebbe affermare l’esistenza di un nesso altrettanto diretto tra pedofilia e omosessualità. Lo impediscono le leggi di alcuni Stati europei, che hanno introdotto il reato di omofobia, ma più ancora lo vieta la censura culturale e sociale che riduce sempre di più i margini di difesa della moralità. All’interno di un certo mondo cattolico, ancora più grave è considerata l’affermazione di un rapporto, anche solo indiretto, tra la nuova teologia degli anni Sessanta e il pansessualismo che penetrò nella Chiesa dopo il Concilio. Benedetto XVI lo ha fatto e gliene va reso onore.</p>
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		<title>2 marzo 2010: incontro con Giuliano Ferrara</title>
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		<pubDate>Tue, 16 Mar 2010 17:36:26 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[Nel loro cammino nella conoscenza della Verità, della Giustizia e della Bellezza, i cattolici si stanno accorgendo di avere numerosi inaspettati compagni di strada. Uno di questi è Giuliano Ferrara, direttore de “Il Foglio”, intellettuale laico di cui sono note le convergenze verso le posizioni del Magistero di Benedetto XVI. Ferrara è stato ospite della [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="ngg-singlepic ngg-left alignleft" style="margin: 5px; border: 1px solid black;" src="http://www.fondazionelepanto.org/wp-content/gallery/GFerrara/img_0688.jpg" alt="img_0688" width="180" height="120" />Nel loro cammino nella conoscenza della Verità, della Giustizia e della Bellezza, i cattolici si stanno accorgendo di avere numerosi inaspettati compagni di strada. Uno di questi è Giuliano Ferrara, direttore de “Il Foglio”, intellettuale laico di cui sono note le convergenze verso le posizioni del Magistero di Benedetto XVI. Ferrara è stato ospite della Fondazione Lepanto lo scorso 2 marzo, nell’ambito di una conferenza dal titolo “Una voce laica in difesa dei valori non negoziabili”.<br />
<span id="more-347"></span><br />
Ad introdurre l’ospite è stato il presidente della Fondazione Lepanto, Roberto de Mattei. Ferrara ha descritto la propria «conversione» come una scelta motivata dalla «testa» quanto dal «cuore», dalla «riflessione» quanto dalla «sensibilità». «Di temperamento e di cultura – ha spiegato il giornalista – rimango legato alla modernità nella quale sono cresciuto e che non rinnego». «Tuttavia, come ha riconosciuto Leo Strauss, la modernità è progredita fino a diventare un problema. Espellere il Cristianesimo dalla nostra storia, dalla nostra vita è diventato problematico, fino a cadere nel totalitarismo ideologico e nell’esclusione sprezzante di tutto ciò che lo contraddice», ha puntualizzato Ferrara. Il risultato di tale dittatura del “politicamente corretto” sono «le cattive argomentazioni, i conformismi, una forma spuria di religiosità capovolta».</p>

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<p>Ne consegue che l’intellettuale, ovvero la persona che, in forza del proprio ruolo, dovrebbe esercitare la propria libertà di critica verso tutti i sistemi di potere, ricade nella «schiavitù intellettuale dell’era moderna che, per ragioni di conformità induce a pensare soltanto in un determinato modo». Si pensi a una corrente di pensiero come il darwinismo che, ad avviso di Ferrara, «pur contenendo elementi di straordinario interesse, è diventato una bandiera, un ABC, un prontuario di idee utili alla diffusione dell’ateismo e della critica della religione in tutti i suoi presupposti». Più in generale il conformismo laicista «è la negazione dello spirito critico dietro la parvenza della critica alla tradizione».</p>
<p>«Quando sento parlare di “oscurantismo” – ha proseguito Ferrara – mi rendo conto che le ragioni del dialogo stanno dalla parte degli “oscurantisti”». In fin dei conti il secolo che abbiamo alle spalle «si è caratterizzato per i totalitarismi atei, non certo per le crociate». Al pari di papa Ratzinger, Ferrara, pur non essendo credente, è un sostenitore del dialogo tra scienza e fede. «Qualunque uso intelligente della ragione – ha spiegato il direttore de “Il Foglio” – non può non comprendere il limite della ragione. Una cultura che parte da basi razionali non può che essere in armonia con la fede».</p>
<p>Sui temi della sacralità della vita Ferrara da tempo esprime un pensiero in linea con quello cattolico. Tuttavia «stiamo messi male – ha chiosato il giornalista – se i bambini diventano un prodotto prefabbricato, la famiglia una realtà puramente convenzionale e slegata dalla procreazione, mentre la morte è vista solo nel suo significato biologico e non metabiologico». Rievocando il caso di Eluana Englaro, per la cui salvezza “Il Foglio” portò avanti una campagna a mezzo stampa, Ferrara ha descritto la battaglia del padre Beppino come «una crociata laica che ha sancito la vittoria della norma convenzionale sulla legge naturale».</p>
<p>Il piano dei laicisti anticristiani è, in ultima analisi «un progetto antiumano non solo sul piano storico ma anche sul piano concettuale». Parlando infine del cristianesimo come vero bastione della nostra civiltà, Ferrara ne ha ricordato la natura di «religione» ma anche di «politica», in quanto «sceglie Roma come sua capitale, fa i conti con il diritto, ha connotati di universalità».</p>
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		<title>Evoluzionismo: il teo-darwinismo è una malattia dello spirito</title>
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		<pubDate>Fri, 08 Jan 2010 09:11:46 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
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		<description><![CDATA[( Roberto de Mattei sul giornale  &#8221; Il Foglio”  del 29 dicembre 2009 ) Come ogni polemica, anche quella in corso sull’evoluzionismo è rivelatrice. La virulenza verbale degli anticreazionisti porta alla luce l’essenza teofobica del loro pensiero. Il silenzio dei principali organi di stampa cattolici rivela a sua volta l’imbarazzo di chi si illude di trovare [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><em>( Roberto de Mattei sul giornale  &#8221; Il Foglio”  del 29 dicembre 2009 ) </em>Come ogni polemica, anche quella in corso sull’evoluzionismo è rivelatrice. La virulenza verbale degli anticreazionisti porta alla luce l’essenza teofobica del loro pensiero. Il silenzio dei principali organi di stampa cattolici rivela a sua volta l’imbarazzo di chi si illude di trovare un compromesso tra due realtà incompatibili: creazione ed evoluzione.</p>
<p>Il teo-evoluzionismo, ovvero il tentativo di conciliare la fede cattolica con la teoria dell’evoluzione, caratterizza quella corrente che Pievani, con irrisione, definisce «darwinismo ecclesiastico» (cfr. il saggio dallo stesso titolo di Orlando Franceschelli e Telmo Pievani, su “Micromega” 4/2009, pp. 108-116). I “teo-darwinisti”, accreditati come “esperti” di gran parte del mondo cattolico, condividono la teoria dell’evoluzione e cercano anzi di offrirle una ciambella di salvataggio che però i darwinisti “puri”, come Pievani e Odifreddi, sprezzantemente rifiutano. La contraddizione è destinata ad esplodere.<span id="more-339"></span></p>
<p>L’evoluzionismo “ortodosso”, darwiniano e neo-darwiniano, non è una corrente scientifica, ma una lobby filosofica atea e materialista che, da quando apparve l’Origine delle specie di Darwin (1859), non è ancora riuscita a produrre una sola prova a suffragio della sua teoria. Due “salti” della presunta catena evolutiva risultano in particolare indimostrabili dalla scienza: il passaggio dalla materia inerte alla vita e quello dall’animale all’uomo pensante. Solo un “miracolo” può salvare la teoria dell’evoluzione. Ed è qui che entrano in scena i teo-evoluzionisti, affermando che grazie ad un diretto intervento divino si sarebbero accese la prima scintilla della vita della materia e la seconda scintilla della coscienza nell’“ominide”. Ciò che è impossibile alla scienza sarebbe possibile grazie all’intervento miracoloso di Dio.</p>
<p>Per avere un’idea delle posizioni teo-evoluzioniste, basta attingere ai libri di Francisco J. Ayala, Il dono di Darwin alla scienza e alla religione (San Paolo, Milano 2009, pp. 308), con prefazione di Fiorenzo Facchini e, dello stesso Facchini, Le sfide dell’evoluzione. In armonia tra scienza e fede (Jaca Book, Milano 2008, pp. 174). Ayala è un ex-sacerdote, Facchini un monsignore-paleontologo. Entrambi sono discepoli del nebuloso gesuita francese Pierre Teilhard de Chardin (1881-1955), attraverso la mediazione di Theodosius Dobzhansky (1900-1975), un biologo russo-americano, di cui Ayala fu assistente.</p>
<p>Secondo Facchini, la darwiniana trasformazione delle specie è una “verità scientifica”, anche se il rifiuto evoluzionista della creazione sembra a lui «un passo decisamente troppo lungo per essere vero» (“Osservatore Romano”, 30 settembre 2009). Si tratta dunque di trovare l’arduo accordo tra fede ed evoluzione. Come Teilhard, che citano ad ogni piè sospinto, Facchini ed Ayala ritengono che l’uomo sia fatto della stessa “stoffa” dell’universo e degli altri viventi: materia in evoluzione. In questo processo evolutivo, come spiega il gesuita francese, l’“ominizzazione” rappresenta il punto di arrivo (la “freccia”) della evoluzione dei viventi: l’uomo è l’evoluzione diventata cosciente di sé stessa, l’“autocoscienza” della materia.</p>
<p>Il culmine del processo non è tuttavia l’uomo, ma il “Cristo cosmico”, il “punto omega”, vertice di convergenza evolutiva dell’universo materiale. Teilhard compendia il suo credo panteista in un celebre “Inno alla Materia” che capovolge il Cantico delle creature di san Francesco. Il poverello di Assisi, contemplando le creature materiali, risaliva a Dio creatore dell’universo, mentre Teilhard divinizza la materia, rivolgendole queste parole: «Benedetta sii tu potente Materia, Evoluzione irresistibile, Realtà sempre nascente, tu che spezzando ad ogni momento i nostri schemi ci costringi ad inseguire, sempre più oltre, la Verità (…) Tu che ferisci e medichi – tu che resisti e pieghi – tu che sconvolgi e costruisci – Linfa delle nostre anime, Mano di Dio, Carne del Cristo, o Materia, io ti benedico» (Inno dell’Universo, Queriniana, Brescia 1992, pp. 48-50).</p>
<p>Per salvare la cosmogonia evoluzionistica, i teo-darwinisti sono costretti a negare frontalmente quanto San Paolo proclamò all’Areopago di Atene: «Dio trasse da uno solo tutta la stirpe degli uomini» (Atti 17, 26). Gli evoluzionisti cattolici negano infatti la rivelazione scritturale di Adamo ed Eva come unici progenitori dell’umanità, accettando il poligenismo evoluzionista, che postula la contemporanea apparizione di uomini in varie parti della terra. La Chiesa però ha sempre e solo insegnato il monogenismo.<br />
Su questo punto, il Concilio Vaticano II ha confermato il Concilio di Trento (sess. 5, can. 2), affermando che da un solo uomo, Adamo, Dio ha prodotto l’intero genere umano (Gaudium et Spes, 22; Lumen Gentium, 2). La ragione è evidente, ed è lo stesso Odifreddi, ex seminarista, a spiegarla alla luce dei suoi studi di gioventù: con la negazione della storicità di Adamo ed Eva, ridotti a metafora collettiva, cade il peccato originale e con questo la necessità dell’Incarnazione di Cristo, Redentore dell’umanità. Con Cristo crolla la Chiesa da Lui fondata e tutti i suoi ministri e rappresentanti (compresi i sacerdoti teo-evoluzionisti). Per questo Teilhard de Chardin venne colpito il 30 giugno 1962 da un monitum del Sant’Uffizio (oggi Congregazione della Dottrina della Fede) mai revocato.</p>
<p>Scienza e fede non sono mai in contrasto, a condizione che entrambe siano vere. Qui invece una fede sfigurata cerca di armonizzarsi con una teoria scientifica falsa. La stabilità della specie, negata dall’evoluzionismo, è infatti un’evidenza sperimentabile ad occhio nudo ogni giorno, come il fatto che la terra gira. Nella scala dei viventi esistono specie diverse, dai micro-organismi cellulari all’uomo, ma nessuna può definirsi “imperfetta” o in via di trasformazione. Pier Carlo Landucci, un sacerdote-scienziato che sapeva coniugare scienza e fede, notava giustamente che l’attuale quadro del mondo vivente può essere considerato come un’istantanea del presunto movimento evolutivo. Se la teoria dell’evoluzione fosse vera e la scala delle specie fosse il risultato di un processo perfettivo della natura, il mondo dovrebbe abbondare di specie abbozzate, rudimentali e incomplete, cioè in ritardo rispetto alle singole specie complete verso cui sarebbero avviate (La verità sull’evoluzione e l’origine dell’uomo, Editrice La Roccia, Roma 1984). La prova sperimentale del contrario è sotto i nostri occhi.</p>
<p>Ma il teo-evoluzionismo non è solo un errore scientifico e filosofico: è innanzitutto una malattia dello spirito. Da oltre quarant’anni il mondo cattolico si illude di sopravvivere attraverso la via del dialogo e del compromesso. Eppure tutta la storia della Chiesa è la storia di una guerra teologica e culturale combattuta contro gli errori che l’hanno aggredita, dalle prime eresie trinitarie e cristologiche fino al modernismo del Novecento.</p>
<p>Benedetto XVI, nelle udienze del mercoledì, ha efficacemente evocato le grandi figure dei Padri e dei Dottori che nel corso dei secoli hanno difeso la Chiesa dagli attacchi esterni ed interni. Possibile che oggi non ci sia un teologo o un uomo di Chiesa disposto a misurarsi con l’evoluzionismo contemporaneo, facendo proprie le parole dello stesso Papa Ratzinger: «Non siamo il prodotto casuale e senza senso dell’evoluzione. Ciascuno di noi è il frutto di un pensiero di Dio. Ciascuno di noi è voluto, ciascuno è amato, ciascuno è necessario» (Benedetto XVI, Omelia per l’inizio del pontificato, 24 aprile 2005). (R. d. M.)</p>
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		<title>Creazionismo sotto processo (laicista): risposta all’inquisizione evoluzionista</title>
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		<pubDate>Wed, 02 Dec 2009 07:47:01 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
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		<description><![CDATA[(Roberto de Mattei sul giornale  ” Il Foglio”  del 2 dicembre 2009) Non mi sembra che l’anno darwiniano si stia concludendo nel clima di trionfalismo che certi superevoluzionisti avevano auspicato. In questi giorni i principali quotidiani italiani danno atto, infatti, dell’esistenza, all’interno della comunità scientifica, di un forte dibattito che va ben al di là delle [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><em>(Roberto de Mattei sul giornale  ” Il Foglio”  del 2 dicembre 2009) </em>Non mi sembra che l’anno darwiniano si stia concludendo nel clima di trionfalismo che certi superevoluzionisti avevano auspicato. In questi giorni i principali quotidiani italiani danno atto, infatti, dell’esistenza, all’interno della comunità scientifica, di un forte dibattito che va ben al di là delle mura del Consiglio Nazionale delle Ricerche.<br />
<span id="more-332"></span><br />
Tutto ha preso inizio da un Workshop internazionale sull’evoluzionismo da me promosso lo scorso 23 febbraio presso l’ente di cui sono attualmente vicepresidente. Mi sia permesso di ricordare i nomi dei partecipanti a quell’incontro, tutti studiosi di diverse nazioni e discipline: Guy Berthault, membro dell’associazione Internazionale dei sedimentologi; Jean de Pontcharra, ricercatore in nano-elettronica all’Università di Grenoble; Maciej Giertych, membro dell’Accademia polacca delle scienze; Josef Holzschuh, ricercatore di Geofisica alla University of Western Australia; Hugh Miller, chimico, dottore alla Ohio State University; Hugh Owen, presidente del Kolbe Center negli Stati Uniti; Pierre Rabischong, professore emerito dell’Università di Montpellier; Josef Seifert, rettore dell’International Academy for Philosophy del Liechtenstein; Thomas Seiler, dottore in fisico-chimica all’Università di Monaco; Dominique Tassot, Direttore del Centre d’Etudes et de Prospectives sur la Science; Alma von Stockhausen, presidente della Gustav-Siewerth-Akademie.</p>
<p>Gli atti di quel convegno sono stati pubblicati a novembre dall’Editore Cantagalli, con il titolo “Evoluzionismo. Il tramonto di un’ipotesi” (pp. 192, euro 17,00). Quanto è bastato per suscitare le ire di Marco Cattaneo, direttore della rivista “Le Scienze”, di Marco Ferraguti, presidente della Società dei biologi evoluzionisti, e del filosofo della scienza Telmo Pievani.</p>
<p>Quest’ultimo, ha dedicato ben nove pagine sulla rivista “MicroMega”, per irridere e insolentire un libro che, per sua ammissione, non aveva letto. Nel suo articolo Pievani si è spinto a chiedere la mia rimozione dal CNR affermando che “chi nega una realtà comprovata non dovrebbe ricoprire cariche che implicano un’influenza sull’opinione pubblica o sulla gestione di enti pubblici” (p. 115). Ma qual è la “realtà comprovata”? Forse è quella che dà il titolo al più recente pamphlet dello stesso Pievani: “Creazione senza Dio”? Un libro in cui egli auspica che al reato di “vilipendio della religione” si sostituisca quello di “diffamazione della scienza” (p. 102)? Pievani accusa il “creazionismo” di spacciare per scienza un contenuto di fede. Ma cosa fa lui, se non spacciare per scienza, la sua negazione non della fede, ma dei principi evidenti della ragione. E’ più “evidente” per l’intelletto umano affermare che Dio esiste, piuttosto che ritenere che l’uomo discenda dalla scimmia, come si ripete acriticamente da Darwin in poi. Però la prima affermazione è declassata a opinione “fideistica”, la seconda elevata a verità assoluta. L’attacco di Pievani si inserisce non a caso in un virulento numero monografico contro Benedetto XVI, “Il Papa inquisitore”, come lo definisce il direttore della rivista Paolo Flores d’Arcais nel titolo del suo articolo di apertura (pp. 5-22). In quest’articolo si critica la “volontà di anatema” (p. 6) e l’“intransigenza dogmatica di questo inquisitore postmoderno” (p. 18) che “vuole imporre al mondo la verità della sua Chiesa, cattolica apostolica romana, nell’intero orizzonte etico-politico” (p. 13).</p>
<p>Dal fascicolo di “MicroMega” emerge però l’esistenza di un’altra chiesa, quella evoluzionista, ben più censoria e inquisitoria di quella di cui oggi è capo Papa Ratzinger. Benedetto XVI dialoga infatti con gli evoluzionisti, tollerando perfino che ricoprano alte cariche nei dicasteri pontifici, mentre i fanatici dell’evoluzionismo, non riservano che sprezzo e irrisione a chi non condivide il loro “Verbo”. Non è questo l’atteggiamento tipico di chi ha paura di misurarsi sul terreno delle idee, perché è consapevole della inconsistenza delle proprie ragioni? Gli anni passano, le prove non arrivano e l’evoluzionismo appare sempre di più, non una teoria scientifica, ma una mera opzione filosofica anticreazionista.</p>
<p>La teoria dell’evoluzione rappresenta infatti la radicale negazione di ogni verità metafisica, a cominciare dall’esistenza di un Dio creatore dell’universo, in nome di una scienza che rinuncia ad esercitare il metodo scientifico per farsi filosofia. C’è la cristofobia di chi vuole svellere le radici cristiane d’Europa e cancellare ogni traccia di identità cristiana dei luoghi pubblici, ma c’è anche la teofobia di chi vuole sradicare, se mai fosse possibile, ogni traccia del divino dalla natura e dalla vita dell’uomo. Era una caratteristica dell’evoluzionismo marxista, lo è oggi dell’evoluzionismo “post moderno”.</p>
<p>Gli evoluzionisti credono di essere “anticreazionisti”, ma di fatto, essi trasferiscono l’azione creatrice da Dio alle creature, senza uscire dal vituperato “creazionismo”. Cos’è infatti la cosiddetta trasformazione delle specie se non un’“auto trasformazione” che implica la capacità della materia di “auto-crearsi”? Il materialismo evoluzionista attribuisce di fatto un potere creatore alle creature, espropriate del loro primo principio e del loro ultimo fine.</p>
<p>Chi ha la capacità di auto-trasformarsi ha una capacità creatrice: le proprietà che vengono negate a Dio vengono attribuite alla materia, eterna, infinita, “pensante” e assolutamente “libera”, perché non determinata da altri che da se stessa: in una parola divina. In realtà nessun esperimento né argomento razionale è in grado di provare che una creatura possa autodeterminare la propria natura. Né una molecola di materia inerte, né una cellula vivente è in grado di “pensarsi”, di “crearsi” e di “superarsi”. La creazione, che è produzione di una realtà secondo tutta la sua sostanza, senza alcun presupposto, creato da altri, o increato che sia, si impone a chi voglia esercitare la ragione, come una “realtà scientifica”, o, se si preferisce, come una verità razionale radicalmente incompatibile con la fantasia evoluzionista.</p>
<p><strong>(Roberto de Mattei)</strong></p>
<p><strong>P. S. </strong>Un’ultima considerazione. L’articolista del Corriere della Sera tenta di isolarmi all’interno del CNR. Ma il presidente dell’Ente, prof. Luciano Maiani, che è uno scienziato serio, che crede nella libertà della ricerca, lo ha ripreso in questi termini: “Il carattere aperto della ricerca intellettuale” e la “personale contrarietà a ogni forma di censura delle idee” per me e per il Consiglio nazionale delle ricerche non sono un “contentino”, come afferma l’articolo (del Corriere della Sera), ma valori fondanti, coerenti con la civiltà del nostro Paese. Con l’occasione intendo ribadire con forza – al di là delle diverse posizioni culturali – i rapporti di stima, amicizia e proficua collaborazione che mi legano al Vice Presidente, Prof. Roberto de Mattei” (Dichiarazione del 1 dicembre 2009).</p>
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		<title>Per i fan di Darwin tutto si evolve. Tranne la scienza</title>
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		<pubDate>Mon, 30 Nov 2009 14:24:24 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
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		<description><![CDATA[(Roberto de Mattei sul giornale  ” Il Giornale”  del 28 novembre 2009) L’ultimo numero della rivista ultralaicista Micromega ha come bersaglio, in copertina e in numerosi articoli, Benedetto XVI e il suo Magistero. Ma uno degli articoli è una violenta requisitoria contro un convegno da me promosso al Consiglio nazionale delle ricerche lo scorso 23 febbraio [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><em>(Roberto de Mattei sul giornale  ” Il Giornale”  del </em><em>28 novembre 2009</em><em>) </em>L’ultimo numero della rivista ultralaicista Micromega ha come bersaglio, in copertina e in numerosi articoli, Benedetto XVI e il suo Magistero. Ma uno degli articoli è una violenta requisitoria contro un convegno da me promosso al Consiglio nazionale delle ricerche lo scorso 23 febbraio sull’evoluzionismo. Per l’autore, Telmo Pievani, non solo è inconcepibile che qualcuno critichi l’evoluzionismo, ma è persino «mirabolante» che la critica sia promossa dal vicepresidente del Cnr.</p>
<p><span id="more-321"></span><br />
Ciò che più colpisce non è la prevalenza degli aggettivi sui sostantivi e degli umori sulle ragioni, né le espressioni insultanti tipo «siamo il paese delle trasmissioni paranormali alla Voyager», ma la capacità di parlare di ciò che non si conosce. Pievani tenta per sette pagine di ridicolizzare un convegno internazionale senza peritarsi di leggerne gli atti, recentemente pubblicati da Cantagalli con il titolo</p>
<p>L’evoluzionismo: tramonto di un’ipotesi. Dopo aver visto su un quotidiano un’ottima recensione di questo volume, è andato fuori dai gangheri e non ha fatto ciò che sarebbe stato ragionevole: acquistare una copia del libro e redigere una risposta argomentata. Avrebbe così scoperto che il libro collaziona non esternazioni fideistiche, bensì critiche di carattere scientifico, alle quali avrebbe così potuto provare a replicare in modo meno approssimativo e manicheo.</p>
<p>La principale caratteristica dei fanatici dell’evoluzionismo è parlare di ciò che non conoscono, a cominciare dalla stessa teoria dell’evoluzione che, 150 anni dopo l’apparizione dell’Origine della specie di Darwin, continua a essere una sorta di «oggetto scientifico non identificato». Così facendo, però, egli contraddice due volte il metodo scientifico. Prima di tutto perché la scienza non afferma verità ma vi si approssima per prove ed errori: epistemologicamente, qualunque tesi verrà tendenzialmente confutata o almeno corretta. E poi la modalità d’indagine con cui la scienza procede per raggiungere una conoscenza oggettiva e affidabile si basa sull’osservazione della realtà e sulla formulazione di un’ipotesi, verificata sperimentalmente. Ciò che non è il caso dell’evoluzionismo.</p>
<p>La legge della gravitazione universale di Newton può essere sperimentata ogni giorno. Gli esperimenti di Pasteur sui micro-organismi possono essere ripetuti ogni giorno. Per poter trarre leggi generali da un esperimento, esso deve poter essere realizzato, nelle stesse condizioni, da chiunque, in qualunque tempo e luogo. Quando un’ipotesi scientifica è inverificabile non può assumere la dignità di teoria. Ma quali esperimenti provano ciò che accadde nel passato: la pretesa evoluzione dalla materia alla vita, dal semplice al complesso? Il fatto che la materia complessa sia costituita da elementi più semplici non prova l’esistenza di un passaggio, nel tempo, dai secondi alla prima.</p>
<p>Per ovviare alla mancanza di una dimostrazione scientifica, l’evoluzionismo pretende di sostituire alla causalità, la casualità. Il «caso» diviene la «spiegazione» dell’inspiegabile. In questa prospettiva Pievani teorizza «che un evento altamente improbabile può realizzarsi in seguito a un’enorme quantità di tentativi nel corso di milioni o di miliardi di anni» (Creazione senza Dio, Einaudi, 2006). Ma il tempo non produce differenza: ciò che è impossibile sotto l’aspetto dei rapporti causa-effetto rimane tale per sempre. Anche le fantasie del caso hanno limiti invalicabili, che nella teoria della probabilità si chiamano «soglie di impossibilità» e rappresentano quei valori di probabilità al di sotto dei quali vi è la certezza che un evento casuale non si è mai verificato, né mai si verificherà. Il fatto che un evento molto improbabile possa teoricamente accadere, non significa che sia accaduto. Né ha valore immaginare lunghissimi tempi in cui «l’impossibile diviene possibile, il possibile probabile e il probabile virtualmente certo. Basta aspettare: il tempo compirà da solo il miracolo» (George Wald, L’origine della vita).</p>
<p>L’evoluzionismo, insomma, è una fantasiosa «storia» che presuppone a sua volta come verità indiscussa un principio filosofico, l’idea che tutto sia materia in continuo sviluppo. La teoria scientifica non si regge da sola: ha bisogno di quella filosofica per sopravvivere, e viceversa.</p>
<p>In questi giorni celebriamo i 20 anni dalla caduta del Muro di Berlino, e con esso di tanti miti: il «socialismo scientifico», la «dittatura del proletariato», il «progresso» indefinito della storia. Un solo totem sopravvive ancora: quello dell’evoluzionismo, un dogma che al socialismo di Engels e di Marx è, come noto, strettamente legato. Qual è la ragione per cui una teoria scientifica nata nell’Ottocento, come è quella darwiniana, è sopravvissuta al crollo dei miti ottocenteschi? Perché non possiamo non dirci darwinisti?, come recita un altro curioso titolo diffuso in questi giorni in libreria? La ragione è semplice. Il relativismo contemporaneo, secondo cui non esistono valori assoluti, ma tutto si trasforma, e nulla è stabile e permanente, ha il suo fondamento nella teoria evoluzionista. E oggi siamo passati dalla dittatura del proletariato alla dittatura del relativismo. Un esempio di questo totalitarismo scientista è proprio la pretesa di Pievani di tappare la bocca ai propri avversari, imponendo loro la «verità scientifica» per autorità, prassi di cui, anche nel fascicolo di Micromega, viene accusata la Chiesa.</p>
<p>Così facendo, Pievani dimostra l’utilità del libro e conferma la ragione per cui esso è nato, cioè evitare che l’evoluzionismo continui a essere imposto come dogma di fede, bollando i critici con epiteti spregiativi e, se necessario, colpendoli con l’epurazione. È questa infatti la nemmeno troppo larvata richiesta nei miei confronti di Pievani, scandalizzato che io ricopra «la carica di vicepresidente del Cnr». Il mondo scientifico nel XX secolo ha già conosciuto regimi in cui si è adottato questo sistema. Ma un pensatore laico e democratico non dovrebbe aborrire simili atteggiamenti?</p>
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